I Fisici Senatori, 1848-1943

Matteo Leone, Nadia Robotti

Lungo quasi un secolo. Il periodo di tempo preso in esame da questo libro è per molti versi emblematico. Si potrebbe riassumere dicendo che abbraccia l’intero arco di vita del Senato di nomina reale: dall’istituzione del Senato prevista dallo Statuto Albertino del 4 marzo 1848, al febbraio del 1943, quando avvenne l’ultima nomina di senatori nell’Italia fascista. Ed è naturale che vi si riflettano le vicende che hanno segnato la vita scientifica, culturale e politica del nostro paese. Dopo un capitolo introduttivo sul funzionamento del Senato, e le modalità di nomina dei suoi membri a norma di Statuto, il volume di Matteo Leone e Nadia Robotti si articola in quattro aree tematiche, nelle quali sono raggruppati in ordine cronologico i principali interventi dei fisici senatori: assetto istituzionale, università e ricerca, la scienza per il territorio, energia e infrastrutture. Questa suddivisione in capitoli ha il pregio di consentire al lettore di “selezionare gli argomenti di suo interesse”, a scapito tuttavia di una certa dispersione nella successione temporale degli interventi di ogni singolo fisico senatore, che si palesa soprattutto nel caso dei più attivi in Senato. Il lettore può comunque affidarsi a un indice assai dettagliato e alla tabella particolarmente istruttiva che riporta l’elenco dei 21 fisici senatori, con gli anni della loro presenza in Senato, e il numero dei loro interventi. Com’è naturale, non tutti ebbero lo stesso peso politico e istituzionale, indipendentemente dal loro valore scientifico. Taluni si limitarono a uno o due interventi, altri addirittura non presero mai la parola, come ad esempio il grande astronomo Giovanni Schiaparelli, che peraltro prestò giuramento solo dopo lunghe insistenze, e quasi dieci anni dopo la nomina, convinto com’era di non poter conciliare l’attività scientifica con quella di senatore. Sono una decina i fisici senatori che con i loro interventi, per motivi diversi, hanno comunque lasciato un segno profondo nell’attività del Senato. Il primo di questi è Giovanni Plana, il direttore dell’Osservatorio astronomico di Torino, che figura nell’elenco dei primi 58 senatori che costituiscono il Senato nominato da Carlo Alberto, e inaugura la rassegna dei protagonisti di questo libro.

All’epoca, l’Osservatorio aveva sede a Palazzo Madama, lo stesso palazzo eletto a sede del Senato subalpino. Insomma, il Senato “era andato a insediarsi ‘in casa’ del nostro primo fisico senatore” commentano Leone e Robotti. Annoverato tra gli astronomi come altri cinque colleghi (Ernesto Capocci, Annibale De Gasparis, Giovanni Schiaparelli, Emanuele Fergola, Giovanni Celoria) Plana è una figura dominante nel panorama scientifico torinese. Si è formato nelle grandi Écoles della Francia, dove nel 1796 è stato costretto a emigrare per la sua simpatia verso le idee rivoluzionarie. Dapprima all’École Centrale di Grenoble, compagno di studi e amico di un giovane Henry Beyle, non ancora noto con lo pseudonimo di Stendhal, e poi all’École polytechnique di Parigi. Celebre per le sue ricerche sulla teoria della Luna, premiate dalle prestigiose medaglie della Royal Society e dell’Astronomical Society di Londra, Plana è il solo fisico presente nel Senato del Regno di Sardegna, e sostanzialmente a quel periodo si riferisce la gran parte dei suoi interventi. Non solo su argomenti di tipo scientifico. Già poche settimane dopo la nomina, infatti, mentre è in corso la guerra con l’Austria, Plana prende la parola il 19 luglio 1848 nel dibattito sul progetto di legge di unione immediata del Regno di Sardegna con la Lombardia e le province venete (esclusa Venezia) da sottoporre a plebiscito in queste ultime regioni appena liberate dal dominio austriaco. Esprimendosi a favore della “fusione immediata” che, a guerra conclusa, avrebbe dovuto esser ratificata da un’Assemblea costituente, Plana interviene sulla legge elettorale da adottare per la Costituente, con l’obiettivo dichiarato che “le mediocrità devono essere escluse”. Dopo l’esito favorevole del plebiscito in Lombardia, peraltro osteggiato da Mazzini e Cattaneo, il presidente del Governo provvisorio a Milano Gabrio Casati –destinato a legare il suo nome alla legge che ha retto il sistema scolastico nel nostro paese fino alla riforma Gentile– si trasferisce a Torino, in rappresentanza della Lombardia, per entrare poi a far parte del governo sabaudo. (Di quella unione non si fece nulla, cancellata dalla sconfitta di Novara e il conseguente esilio di Carlo Alberto nel marzo 1849.) Plana fa poi sentire il suo parere autorevole nel 1851 quale relatore dell’Ufficio centrale del Senato sul progetto della nuova linea telegrafica tra Torino e Genova e, l’anno seguente, nella stessa veste interviene sul progetto di linea telegrafica da Torino al confine lombardo. Di quelle relazioni vengono riportati ampi stralci. La scelta di “riprodurre nel volume lunghi brani di interventi in Aula” dei fisici senatori è quanto mai lodevole. Gli stralci dei loro discorsi costituiscono, infatti, uno degli aspetti più pregevoli di questo volume, non solo e non tanto perché “sentirli parlare in Senato è un modo per conoscerli meglio dal punto di vista umano e per cogliere aspetti inediti e imprevedibili delle loro personalità”. Ma soprattutto perché le parole, e i temi su cui i fisici senatori hanno scelto di intervenire, consentono al lettore di farsi un’idea diretta e sufficientemente chiara delle convinzioni politiche e culturali che hanno orientato la loro attività senatoriale.

Dopo la seconda guerra d’indipendenza, nel Senato si affianca a Plana il fisico Carlo Matteucci, che svolge un ruolo politico centrale nel primo decennio di vita del nuovo Stato. Dopo la laurea a Bologna Matteucci ha studiato all’École polytechnique di Parigi come Plana, prima di raggiungere fama europea per le sue ricerche sui fenomeni elettrici negli organismi animali. Su suggerimento di von Humboldt, intervenuto direttamente presso il Granduca di Toscana, nel 1840 Matteucci viene chiamato sulla cattedra di fisica sperimentale dell’Università di Pisa. Ma già con la prima guerra d’indipendenza l’aspetto politico e istituzionale si affianca per Matteucci a quello scientifico: nel 1848 è commissario politico delle truppe del Granducato e, in seguito, nel governo provvisorio della Toscana, è chiamato a far parte della commissione per il riordino dell’istruzione superiore. Nominato senatore nel 1860 per aver “illustrato la patria con servizi e meriti eminenti”, fu proprio Matteucci il relatore del parere positivo, espresso dall’Ufficio Centrale del Senato, sul progetto di legge presentato da Cavour a nome del governo il 21 febbraio 1861 che attribuiva a Vittorio Emanuele II e ai suoi successori il titolo di Re d’Italia. “Per Provvidenza divina, per voto della Nazione”, suggerì di aggiungere Matteucci, che si tradurrà poi nella formula “Per grazia di Dio” come erano stati fino ad allora i sovrani sabaudi “e volontà della Nazione”. È trascorso poco più di un mese quando egli mette la sua firma su un altro documento di importanza cruciale nella vita del Regno. Dopo il fallimento del negoziato per risolvere la “questione romana” per via diplomatica, il 9 aprile Cavour tiene in Senato un discorso per proporre la sua soluzione in accordo col principio “Libera Chiesa in Libero Stato”. Al discorso fa seguito un ordine del giorno sull’ “Unione all’Italia di Roma” firmato da Matteucci che tuttavia, come rivelano gli stralci riprodotti da Leone e Robotti, contiene l’impegnativa affermazione “Roma, naturale capitale d’Italia” aggiunta dalla penna di Cavour, cosa che tuttavia lascia “di mal umore” il fisico senatore, come egli confessa in una lettera all’amico e collega Gino Capponi. Ma è nel campo dell’istruzione pubblica che soprattutto si svolge l’attività di Matteucci in Senato. Il 5 giugno 1861 egli presenta un proprio disegno di legge sul riordino dell’istruzione superiore. “Di soldati e di strade ferrate non vive solamente un popolo che vuol essere libero e grande –dichiara allora Matteucci in sede di presentazione– e male s’intenderebbe l’Italia risorta a nazione potente, se nelle arti, nelle lettere e nelle scienze non ripigliasse quel posto che l’ha distinta altre volte e che per le tradizioni sue e per la tempra propria dell’ingegno italiano le compete”. Come mostrano Leone e Robotti, il progetto Matteucci si arenò anche per l’aperta opposizione della commissione senatoriale chiamata a discuterlo. Nominato Ministro della pubblica istruzione nel 1862, Matteucci riuscì solo a varare un nuovo Regolamento generale delle università redatto insieme con Francesco Brioschi, il grande matematico all’epoca Segretario generale del Ministero. Nelle loro intenzioni il Regolamento doveva esser seguito da una riforma organica, che tuttavia non vide mai la luce. Quello di Matteucci era solo il primo dei numerosi e vani tentativi di riforma della legge Casati, che hanno costellato per ben oltre mezzo secolo la storia della pubblica istruzione nel nostro paese, fino alla riforma Gentile. Come è noto, quest’ultima non fu discussa in Parlamento ma fu varata in forza dei “pieni poteri per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione” concessi al governo Mussolini all’indomani della marcia su Roma. Tra coloro che votarono a favore del provvedimento che conferiva “la piena potestà legislativa anche nei riguardi della scuola”, ci fu anche il fisico Orso Mario Corbino, senatore da un paio d’anni, già Ministro della pubblica istruzione nel 1921 (nel volume sono riportati significativi stralci dei suoi interventi nella lotta contro l’analfabetismo e sull’esame di Stato) e, a breve, destinato a far parte del governo come Ministro dell’Economia nazionale tra il 1923 e il 1924. Intervenendo in Senato sul disegno di legge, Corbino esprimeva il proprio voto favorevole nella convinzione che “non c’è altro modo, anche nel campo tecnico e didattico, per giungere a un utile risultato. Tutto sta a trovar l’uomo adatto; e l’on. Mussolini, in questo, ha avuto la mano estremamente felice”. Lo stesso Corbino, e un altro fisico senatore, Antonio Garbasso fondatore della scuola di Arcetri sui raggi cosmici e “personaggio importante del regime a Firenze”, figurano tra i protagonisti delle discussioni intorno alla riforma Gentile, anch’esse qui testimoniate da ampi stralci. (Com’è noto, Corbino avrà poi un ruolo determinante nella chiamata di Fermi sulla cattedra di Fisica teorica, istituita per lui a Roma.)

Se Plana e Matteucci sono le figure di fisici senatori dominanti nei primi due decenni di vita del Senato, bisogna attendere il periodo a cavallo del nuovo secolo –e soprattutto la figura di Pietro Blaserna– perché i fisici senatori acquisiscano ancora un ruolo di primo piano, che diventa ancor più significativo nei primi decenni del Novecento. Formatosi a Vienna e poi a Parigi, coll’appoggio di Matteucci nel 1861 Blaserna ottiene un incarico di insegnamento all’Istituto superiore di Firenze prima di essere chiamato a ricoprire la cattedra di fisica a Palermo, dove stringe con il chimico Stanislao Cannizzaro una duratura amicizia e un sodalizio scientifico destinato a segnare per decenni la vita scientifica del nostro paese. Chiamato a Roma, con Cremona e Cannizzaro per dar corpo al progetto di Sella di fare della capitale il centro della scienza italiana, tra il 1877 e il 1880 Blaserna si dedica alla creazione dell’Istituto di Fisica di via Panisperna. Ma la direzione dell’Istituto rappresenta solo un aspetto dell’intensa attività scientifica e politica del fisico che, coi suoi oltre 90 interventi, è un protagonista indiscusso della vita del Senato dell’epoca, diventandone anche vicepresidente ininterrottamente dal 1904 alla morte nel 1918 (essendo al tempo stesso Presidente dell’Accademia dei Lincei). In Senato Blaserna interviene su uno spettro estremamente ampio di argomenti, da temi propri della sua attività accademica e di scienziato –ad esempio le discussioni sui bilanci dell’istruzione pubblica, sul servizio meteorologico nazionale, la questione dei consorzi di difesa contro la grandine e l’utilizzo di “cannoni grandinifughi”, la sua relazione sul progetto di legge del 1903 per la creazione di una potente stazione radio-telegrafica, argomento reso di grande attualità dagli straordinari successi di Guglielmo Marconi, o i lavori della commissione per la ricostruzione dopo il drammatico terremoto di Messina– a temi a prima vista assai lontani come i monopoli di stato dei tabacchi o l’organizzazione e il reclutamento dell’esercito. Entrambi hanno tuttavia un evidente risvolto economico cui è assai sensibile Blaserna. Dal 1896, infatti, è membro della Commissione permanente di finanze del Senato, incaricata dell’esame preliminare dei conti dello Stato, e anche dei bilanci delle colonie d’Africa, argomento su cui interviene in diverse occasioni tra il 1905 e il 1909. “Negli anni successivi, con l’appoggio da parte di Blaserna”, scrivono Leone e Robotti, “il colonialismo italiano proseguì a gonfie vele portando, tra il 1911 e 1912, dopo una breve guerra contro l’impero ottomano, alla conquista della Tripolitania e della Cirenaica” e all’occupazione del Dodecaneso. Forse non c’è molto da essere fieri. Come non c’è da esserne per il compito che si assumerà un altro fisico senatore, Guglielmo Marconi, in qualità di relatore della Commissione speciale del Senato per la conversione del decreto legge con cui nel 1936 si dichiara la “sovranità piena ed intera del Regno d’Italia sull’Etiopia” e Vittorio Emanuele III assume il titolo di “imperatore d’Etiopia”. Un testo che trabocca di retorica fascista e, scrivono Leone e Robotti, “dimostra in modo inequivocabile le simpatie di Marconi nei confronti del regime”. Più che “simpatie”, per Marconi si trattava di una vera e propria adesione entusiastica al fascismo. Infatti, il premio Nobel (1909) per la fisica si era iscritto al partito fascista nel 1923, e dal 1930 fino alla morte fu membro del Gran Consiglio del fascismo. Come non mancava di ricordare nel discorso commemorativo pronunciato in Senato alla sua morte, e qui riportato in un’Appendice, un Mussolini fiero che “Marconi abbracciasse sin dalla vigilia, la dottrina delle Camicie Nere, orgogliose di averlo nei loro ranghi”. D’altra parte, nella politica del regime verso la scienza Marconi svolse un ruolo di primo piano. A cominciare dal primo settembre 1927, quando un decreto di riordino in senso autoritario del Consiglio Nazionale delle Ricerche firmato dal Re nel marzo, lo nomina alla testa di un Direttorio di nuova nomina. Marconi non solo ha prestigio scientifico indiscusso ma, ciò che più importa al regime, “è persona vicina e grata al governo”. Alla nomina alla presidenza del CNR farà seguito infatti la presidenza della mussoliniana Accademia d’Italia nel 1930 e, quattro anni più tardi, quella dell’Enciclopedia Italiana. Nella direzione del CNR Marconi era succeduto a Volterra, il fisico senatore osteggiato dal regime, colui che il CNR aveva fondato nel 1924. Nominato senatore nel 1905, Volterra inaugura la sua attività in aula il 19 giugno 1906 aprendo la discussione sulla legge istitutiva del Politecnico di Torino, chiamato a riferire sulle conclusioni da trarre dal viaggio di studio da lui compiuto negli istituti tecnici superiori della Germania. Un viaggio che in un certo senso ripeteva a quasi cinquant’anni di distanza l’esperienza di Betti, Brioschi e Casorati, che egli stesso aveva celebrato nel 1900 al Congresso Internazionale dei Matematici di Parigi come data simbolica della rinascita della matematica nel nostro paese. Come Marconi, anche Volterra si arruola come volontario allo scoppio della Prima guerra mondiale. Nominato senatore alla fine del 1914 appena compiuti i 40 anni richiesti, Marconi interviene a più riprese su argomenti suggeriti dall’andamento della guerra. Bisognerà aspettare quasi vent’anni prima di vedere il fisico senatore prendere ancora la parola in Senato, e stavolta sarà per dare veste ufficiale all’impero coloniale del regime. Anche Volterra interviene in Senato nel 1916 per sottolineare l’opportunità di “intensificare i nostri rapporti intellettuali con le nazioni alleate e amiche” nel campo delle scienze, annunciando così un’attività nella quale si sarebbe impegnato egli stesso a guerra conclusa. Con ampi passaggi tratti dai suoi interventi, Leone e Robotti documentano l’intensa attività di Volterra in Senato, dall’istituzione di un Comitato talassografico per lo studio del Mediterraneo, all’aperta polemica del 1920 con Benedetto Croce, allora Ministro della pubblica istruzione, circa le sorti della Stazione zoologica di Napoli, alle attività connesse all’Ufficio Invenzioni e Ricerche, da lui voluto e diretto, che diventerà “il fulcro della mobilitazione scientifica in Italia” durante la Prima Guerra mondiale e, nel dopoguerra, l’embrione del futuro CNR. Nei primi anni Venti è forse la figura di maggior prestigio internazionale –Mr. Scienza italiana, era chiamato all’estero. Ma per la sua opposizione al regime fascista Volterra è costretto a lasciare la Presidenza dei Lincei e la direzione del CNR. Il rifiuto di giurare fedeltà al regime lo priva della cattedra nel 1931. Quattro anni più tardi, viene radiato dall’Accademia. Quando muore nel 1940 non vi sono commemorazioni pubbliche in Senato. Toccherà a Guido Castelnuovo ricordarne la figura nell’ottobre 1946, inaugurando l’attività della rinata Accademia dei Lincei.


Umberto Bottazzini
Università di Milano


Matteo Leone, Nadia Robotti
I Fisici Senatori, 1848-1943
Società Italiana di Fisica, Bologna, 2019
pp. 340, € 50,00
ISBN: 978-88-7438-116-6